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XIII
MOSTRA REGGIANA
DEL FUNGO
1-2-3 -
OTTOBRE 1988
Numero speciale per la Mostra a cura di:
Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia
Assessorato Pianificazione Territoriale, Tutela dell'Ambiente e
Difesa del Suolo
Associazione Micologica BRESADOLA
Gruppo
"R. FRANCHI" di Reggio Emilia
Boletus depilatus Redeuilh (foto Simonini)
Supplemento al N. 9 del lo Settembre 1988 di "IL FUNGO" anno
VI
Registrazione Trib. Reggio E, N. 531 del 15
novembre 1988
Direttore responsabile: Portolani Carlo -
Proprietario; Bonazzi Ulderico
Mensile del Associazione Micoloaica Bresadola - (Gruppo
"Renzo Franchi" Reggio Emilia via Amendola 2
Riconoscere l'importanza e l'utilità che il Gruppo
Micologico «G. Bresadola» svolge all'interno delle iniziative di interesse
pubblico e scientifico è compito grato per amministratore.
Ancora più gradita è la qualità e la rinomanza che il gruppo
ha acquisito in questi anni nella nostra comunità: mostre micologiche, corsi
d'aggiornamento, i noti simposi internazionali che rendono chiara e limpida la
volontà di fornire un servizio unico ed irripetibile.
Anche per questi motivi l'Amministrazione Provinciale di
Reggio Emilia, in particolare l'Assessorato all'Ambiente e Pianificazione
Territoriale, ha ribadito la fiducia e l'appoggio al Gruppo Micologico «G.
Bresadola» confermando così quella tradizione ormai decennale di impegno su
argomenti, come i funghi e il loro mondo, così spesso «dimenticati» dall'ente
pubblico.
Quest'anno il 11° Convegno Internazionale, tenutosi a
Casteinovo Monti dal 25 al 28 Agosto 1988, sul tema «Ricerca e Studio
Micologico sugli ordini "Russulales e Boletales", ha
dimostrato in pieno l'alto contenuto scientifico completando ed approfondendo
le conoscenze su questi funghi.
Il Gruppo Micologico «G. Bresadola» di Reggio Emilia ha così
voluto sottolineare con questa iniziativa che la micologia e il suo studio
approfondito possono essere di altissimo contenuto scientifico e di estrema
utilità per quella parte di opinione pubblica che ritiene il fungo uno «strano
oggetto» privo di interesse scientifico e culturale
L'Assessore alla Pianificazione
Territoriale,
Tutela dell'Ambiente,
Difesa del Suolo
(arch. Oddo Torelli)
Una legge che «s'ha da farE»
di Ulderico Bonazzi
Da diversi anni il nostro Gruppo reggiano si è posto il problema
di una disciplina che regoli la raccolta dei funghi superando il caos delle
attuali normative. Diversi anni fa due mèmbri del nostro direttivo si erano
volontariamente fatti multare dal Comune di Collagna per provocare una sentenza
sulla illegittimità del regolamento varato da detto Comune. Al processo la
nostra tesi è stata sostenuta dal Direttore responsabile di questo bollettino «II
Fungo» avv. Carlo Bortolani e la sentenza emessa dal allora pretore di
Casteinovo ne' Monti è stata a noi favorevole; ma purtroppo, pur avendo
costituito un precedente interessante, non ha portato alcuna utilità, se non la
sospensione da parte del Comune di Collagna dell'applicazione di detto
regolamento, rimanendo i regolamenti degli altri comuni, anche se altrettanto
illegittimi e discriminatori.
Il nostro gruppo si è quindi adoperato per arrivare a far
pervenire alla Regione Emilia-Romagna una proposta di legge modificativa del
III titolo della legge regionale N° 2/77, che permetta maggiore chiarezza ed
eviti il proliferare di regolamenti comunali spesso in contrasto con la legge
stessa. La proposta avrebbe dovuto inoltre tutelare i raccoglitori, ma soprattutto
contenere proposte per la reale difesa dell'ambiente naturale.
Il 5 ottobre 1985 in occasione della X Mostra Reggiana del Fungo,
il nostro Gruppo ha pertanto indetto con l'Assessorato Ambiente della Provincia
un seminario di studio sul problema, da cui sono uscite diverse idee
rielaborate in seguito da una apposita commissione istituita dal direttivo. La
commissione ha raccolto suggerimenti dai vari Gruppi micologici della regione
ed ha presentato una bozza di proposta in occasione della XI Mostra il 4/10/86
ai rappresentanti dei gruppi presenti. È stato, in quella occasione, dato
mandato alla commissione di stendere uno schema definitivo del progetto.
Nel frattempo però dal
Gruppo Micologico Bresadola nazionale veniva indetto un convegno a Costabissara
in cui era prevista una commissione legislativa incaricata di dare una proposta
di Legge quadro nazionale; il direttivo di questo Gruppo ha quindi ritenuto più
efficace inserire le nostre proposte in quel progetto, riservandosi di
intervenire a livello regionale quando dovrà essere varata la necessaria Legge
applicativa.
Detto convegno si è tenuto dal 7 all'll gennaio 1987. La
commissione legislativa, presieduta dallo scrivente, con ulteriori sedute dal
13 al 15 febbraio in appendice al convegno, ha potuto, al termine dei lavori,
formulare uno schema di progetto di legge.
L'on. Luciano Righi, socio del Gruppo di Vicenza, ha fatto proprio
lo schema, e, dopo alcune correzioni formali, lo ha presentato al Parlamento
insieme ad altri deputati. Detta proposta di legge sta per essere discussa
dalla Commissione agricoltura della Camera dei Deputati.
L'art. 2 di detto progetto sottolinea come la raccolta dei fungili
debba essere libera su tutto il territorio nazionale ed in quali maniere e con
quali limiti il proprietario del terreno possa riservarsene la raccolta,
proibendo comunque la costituzione di riserve a pagamento.
L'art. 3 fìssa il quantitativo massimo di 3 kg. giornalieri pro
capite sottolineando però alcune specie pregiate il cui limite di raccolta non
può superare i due kg; in tal modo alleggerisce la pressione su dette specie,
salvaguardandole maggiormente.
L'art. 4 fissa norme per ulteriori protezione per il porcino e
l'ovulo in base al grado di sviluppo minimo.
Gli art. 5-6 fissano norme di carattere più strettamente ecologico
e sanitario, salvaguardando di fatto dalla distruzione in massa i carpofori e
soprattutto i miceli.
L'art. 7 da facoltà alle Regioni di sospendere, per motivi di
salvaguardia, la raccolta per periodi definiti e consecutivi, sì da dare un
reale momento di riposo ai miceli, escludendo comunque l'assurdo sistema,
introdotto da alcune leggi regionali, dei giorni alterni (e neppure per tutti!)
che, anziché alleggerire la pressione antropica sui boschi, la appesantisce
notevolmente in alcuni giorni.
L'art. 8 prevede le deroghe per motivi di studio e di ricerca.
L'art. 9 istituisce un tesserino valido per la raccolta su tutti i
territori di ciascuna regione.
Gli art. 10-11 stabiliscono un apposito servizio di controllo
sulla commestibilità dei funghi presso ogni U.S.L. ed iniziative di promozione
culturale per i cittadini.
Seguono alcuni articoli di carattere applicativo.
Il Capo II della legge tende ad unificare su tutto il territorio
nazionale la normativa di commercializzazione dei funghi commestibili.
Come apparirà chiaro, si spera con questa legge di superare
l'attuale normativa che ha favorito il moltiplicarsi di regolamenti
discriminanti ed anticostituzionali, che, scontentando i più, non tutelano la
difesa reale dell'ambiente naturale, ne la ricerca scientifica, e tanto meno la
salute del cittadino.
E quindi auspicabile che la legge
quadro arrivi in porto e presto, evitando sostanziali rimaneggiamenti, che
finirebbero per distruggere la filosofia che ispira il progetto attuale.
di Amer Montecchi e Giacomo
Lazzari
II prof. O. MATTIROLO, famoso specialista di
funghi ipogei scriveva molti anni or sono: «Chi si occupa di funghi ipogei sa
come siano frequenti i casi di inspiegabili scomparse e ricomparse di funghi
dalle località dove essi erano stati frequenti in precedenti annate e il loro
saltuario riapparire a distanza di tempo e di luoghi:bizzarre combinazioni le
quali si fanno gioco di ogni ipotesi...»
Conveniamo pienamente con l'illustre
scienziato, dato che anche noi non siamo nuovi a bizzarrie di questo tipo, che
ci hanno talvolta procurato delusioni quando, perlustrando stazioni da anni
affermate come fertili e affidabili, contavamo su abbondanti raccolte fungine,
che poi non si verificarono.
Fortunatamente nel quadro rientra anche il
caso favorevole e allora avviene che in luoghi già precedentemente esplorati
più volte con esito negativo ci si imbatta inopinatamente in qualche specie
rara e desiderata, che ci compensa da tante fatiche andate a vuoto. Riferiamo
due casi.
Fischerula
macrospora Mattir.
Nel
1928 il MATTIROLO pubblicava una nuova specie di tartufo, da lui raccolta nella
foresta di Vallombrosa (FI). Questo ipogeo presentava vistose differenze
rispetto al genere Tuber e alle Tuberaceae fino allora
conosciute, specialmente a causa delle spore, la cui superficie, anziché
reticolato-alveolata oppure aculeata, era ricoperta da grosse verruche
irregolari.
Per inquadrare tassonomicamente questa sua raccolta,
IL MATTIROLO si vide obbligato a creare un nuovo genere di Tuberaceae,
che denominò Fischerula, in onore del prof. Ed. Fischer dell'Università
di Berna, suo collega ed amico, e come lui specialista di funghi ipogei. Fischerula
fu e rimane tuttora un genere monotipico, comprendente come unica specie F.
macrospora.
Qualche altra rara raccolta di questa specie si ebbe
sui monti intorno al Lago di Como, cioè a Faggete Lario (frazione Lemna)
(MATTIROLO 1935) nonché sui monti presso Sora nel Lazio (MATTIROLO 1933). La diagnosi della specie F. macrospora,
valida anche per il genere, è stata dal MATTIROLO (1928 e 1935) così redatta:
«Questo nuovo
distintissimo Genere differisce dalle Tuberaceae finora note per
l'aspetto degli aschi e delle spore, pur collimando per tutto il resto con gli
altri funghi ipogei, specialmente appartenenti al genere Tuber.
Peridio irregolare, difforme, circonvoluto, con
struttura pseudoparenchimatica di colore giallo-bruno.
Aschi grandi, a parete spessa, ovali, lunghi da 130 a
179 mm. (secondo il numero delle spore in essi contenute), con base leggermente
attenuata. Spore raramente uniche nell'aseo, die di solito ne contiene 2-3-4,
grandi (50-70 x 40-50 mm e più), ne aculeate ne alveolate (come nel genere Tuber),
ma densamente verrucose; verruche difformi, irregolari, larghe; colore bruno
castagno carico, che ricorda un poco quello delle Hydnotria».
La diagnosi, chiarissima, ci esime da una descrizione
più dettagliata.
Quanto all'habitat, nei lavori di MATTIROLO non si
trova cenno; è però evidente che le stazioni appaiono situate in zone di
montagna, o per lo meno a quote abbastanza elevate.
I nostri ritrovamenti si limitano a due esemplari
maturi, raccolti in un'unica stazione, che tuttavia sono stati sufficienti a
caratterizzare la specie e anche di aggiungere qualche dato non riportato
dall'Autore.
I carpofori di 1-2 cm di diametro, di colore nocciola
all'atto della estrazione, ma oscurenti al tocco, presentano una superficie
coperta da una tomentosità rossastra, un po' simile a quella di Tuber
panniferum, le cui ife, sorgenti dal profondo, sono lascamente
intrecciate.
La gleba, inizialmente chiara, poi grigio scura,
presenta vene più chiare e sfumate. Il peridio, di tipo pseudoparenchimatico,
ha cellule con parete più spessa e più colorata nello strato esterno. Gli aschi
sono oblunghi 120-180 x 60-120 μm. prevalentemente con 2-4 spore.
Spore rossobruno chiaro, con ornamentazione a
verruche grossolane bruno scure e di forma allungata irregolare, 45-65 x 35-45
μm.
Odore gradevole, percettibile dai cani. Sapore
dolciastro.
Raccolta durante il Comitato scientifico autunnale
della Associazione Nazionale Bresadola, organizzato dal Gruppo Micologico
Parmense G. Passerini, a Tarsogno (Appennino Parmense-Ligure). In un fossato
umido, molto ombreggiato da fitta vegetazione costituita prevalentemente da
nocciolo; sotto uno strato di 10 cm; di humus e di strame fogliare. Versante esposto
a nord. Epoca di maturazione stimata: settembre.
Tarsogno (PR), m. 800 s.m. il 1.10.87. Leg.
Montecchi.
Stephanospora caroticolor (Berk.) Patoullard
II secondo fungo che presentiamo e che
presumiamo nuovo per l'Italia, è un Basidiomicete dell'Ordine delle Hymenogasterales
e si chiama Stephanospora caroticolor (Berk.) Pat..
Esso fu descritto la prima volta da BERKELEY
& BROOME (1844) col nome di Hydnangium carotaecolor e con la
seguente diagnosi latina:
«Oblungo, non radicante; con periodo sottile,
infine ruguloso, color mattone; interno perforato da minute loggette di colore
aranciato mattone: loggette ripiene di spore; spore piuttosto ellissoidi,
pallide, aculeate, con parte centrale globosa.
Bosco di abeti, Bristoi, leg. Stephens».
L'originaria assegnazione al genere Hydnangium
era dovuta soprattutto alle spore largamente ellissoidi o tondeggianti, irte di
aculei, e al colore vivace della gleba. Anche le altre specie congeneri, H.
candidimi TuL, H. liospermum Tul., H. carneum
Walir. le quali più tardi (eccetto H. cameum) mutarono di
genere, presentano gleba dai vivaci colori: giallo ocra, verde oliva, rosa
carnicino etc.[1]
Lo H. carotaecolor dalla gleba
di un brillante color carota (che gli ha meritato l'appellativo specifico)
cambiò anch'esso di genere e passò a quello nuovo di Stephanospora
appositamente per esso coniato dal PATOULLARD (1914).
Il carattere principale su cui si basa il
nuovo genere riguarda le spore, di cui certe particolarità poterono essere
meglio evidenziate dalla migliorata strumentazione ottica. Esse sono
ellissoidi, inamiloidi, color giallino, simmetriche, con aculei appiattiti; e —
particolare principale — portano intorno all'apiculo un ornamento a guisa di
colletto o di corona (L'ètimo del genere si rifa appunto al nome greco stephanòs
= corona). Inoltre in questo fungo sono assenti cistidi e giunti a fìbbia.
Le segnalazioni europee sono molto rare, e
finora nessuna, a nostra conoscenza, è pervenuta dall'Italia.
Le nostre raccolte presentano carpofori di
1-2-3 cm, reniformi, di color arancio sporco, rossobruno al tocco. Gleba color
arancio-carota brillante, loggette molto piccole a contorni ocra giallognolo
chiaro. Profumo intenso di frutta fermentata, rilevabile dai cani. Sapore
dolce.
Basidi stretti e lunghi, spore ellissoidi
giallognole, dapprima lisce, poi ornate da grossi aculei, 10-13 x 7-9 μm.
Margini di un campo di grano. Rio le Viole
presso Scandiano, in una tana di grilli, nelle quali si trovarono anche residui
del fungo rosicchiati dagli insetti 30/6/1986.
Leg. Montecchi.
Altra raccolta in località Cinque Cerri
(presso Ligonchio) 800 m.s.m. ai margini di un bosco di cerro, e a una certa
distanza dalle piante arboree, in terreno argilloso. 15/11/86 Leg. Montecchi.
RIFERIMENTI
BERKELEY & BROOME (1844): Notices on British
fungi in: Ann. Magaz.
Nat. history (1) 13:340.
MATTIROLO O. (1928): Secondo elenco dei funghi
ipogei raccolti nella Foresta di Vallombrosa. In: Nuovo Giorn. botan. italiano
34:1343.
MATTIROLO O. (1933): I funghi ipogei della
Campania, Lazio etc. In: Nuovo Giorn. botan. Ital. 40:313.
MATTIROLO O. (1934): Descrizione di una nuova
specie italiana del genere Cremeogaster. In: Atti R. Accad. Sci. Torino
69:237.
MATTIROLO O. (1935): Catalogo ragionato dei
funghi ipogei raccolti in Canton Ticino etc. In: Contributo per lo studio della
Flora crittogama svizzera 8: fascio. 2 Zurigo.
PATOUILLARD (1914):
Contribution a la flore mycologique duJura. In:
Bull.Soc. mycolog. France 30
Coprinus vosoustii Pilàt e Coprinus
phiyctidosporus Romagn. var. monobisporus Donelli et Simonini
di Giuseppe Donelli e
Giampaolo Siinonìni
Coprinus vosoustii Pilàt appartiene alla sezione Comati
Fries.
Questa sezione comprende specie da medie a relativamente grandi, 20-50
mm.di altezza prima di aprirsi, rivestite da un velo non detersile che forma un
anello più o meno fugace o una zona volvato-annuliforme rudimentale alla base
del gambo. Lo stipite è fìbrilloso-sericeo o satinato-glabro.
Il velo è costituito da ife allungate più o meno cilindracee; assenza di
cistidi sulla faccia delle lamelle.
Coprinus phiyctidosporus Romagn. var. monobisporus Donelli et
Simonini var. nov. appartiene alla sezione Impexi Romagn..
Di questa sezione fanno parte specie che nei giovani basidiocarpi presentano
sempre un velo abbondante, facilmente separabile dal rivestimento pileico al
passaggio del dito; esso è formato da ife cilindracee quasi sempre molto
intrecciate e piuttosto strette, con larghezza inferiore a 4-10 μm. Queste
ife sono molto variabili, semplici, ramificate o diverticolate. Specie da
piccole a molto piccole.
Descrizione delle specie:
Coprinus Vosoustii Pilàt, Studia botanica Cechica Voi. V fase. 3-4: 207-211, 1942.
"PILEUS tenuiter membranaceo-carnosus,
centro carnosulus et ibi 2-3 ½ mm crassus, e ovato-cylindraceus,
ovoideo-campanulatus, demumque expansus, interlamellas radialiter laceratus,
prima juventute cuticula conspecta, 0.5-1 mm crassa, sat firme carnosa,
laevi, sub-viscida, ex albido lutescenti vel pallide ochracea tectus. Haec
cuticula mox non crescit, qua de causa in pileo adulto solum in eins cacumine
sedit et ca ½ superfìci obtegit, margine astraeiformiter in lobos 6-9 rumpit et
Astraeum stellatum, in cacumine pilei sedentem, in mentem revocat. Haec illuc in cacumine pilei
ad cuticulam etiam flocci albi gossypini sedent. Pileus adultus, cuticula in
cacumine sedenti excepta, laevis vel subiaevis, serìceo-fibrìllosus, albidus,
dein subroseus, nigrìcans, deliquescens. LAMELLAE 8-3 mm latae, subdensae,
maxima ex parte aequilongae, saepe undulatae, postice liberae, ex albo
subroseae, mox nigricantes, deliquescentes, aciebus juventute velutino-obtusis,
albis, dein subroseis usque nigris. STIPES 7-9 cm longus, 6-9mm crassus,
cylindraceus, sub pileo tenuior, basi bulbillosus, volvatus, candidus, dein
subsordidus, subtiliter fìbrìllosus, sine annulo manifesto, fragilis,
fìstulosus. VOLVA ca 7 mm supra bulbillum colare annuliformi ca 2 mm lato
ornata. CARO pilei aquosa, albida vel subrosea. CUTICULA pilei exhyphis in
parte superiori gelifiatis, in parte inferiori caroque pilei ex hyphis
tenuissime tunicatis, inflatis, subarcuatis, irregulariterintricatis, hyalinis
18-μm erassis, paucis hyphis 6-15 μm erassis intermixtis. Stipes ex hyphis paralelliter intricatis, e cellulis 120-150 μm longis et 15-20 μm erassis. hyalinis, tenuiter tunicatis constai.
Colar volvae ex hyphis maxima ex parte tenuioribus, 7-15 μm crassis, nonnullis hyphis 20-30 μm crassis,
inflatis, intermixtis. CELLULAE in aciebus lamellarum subglobosae, vel globoso-
ovoideae, 80—45 μm crassae, tenuissime tunicatae, hyalinae. BASIDIA fertilia sterìliaque
15-20 μm crossa,ca 40 μm longa. STERIGMATA brevia, duo vel quatuor,
4-5 longa, 2-3
μm crassa, hyalina. SPORAE ellipsoideo-ovoideae, basi paulisper oblique
apiculatae antipodialiterque poro germinativo pallidiori, lentiformi, ca 2
μm diam. munitae, juventute sordide roseo-brunneae, dein nigrae,
subopacae, purpureo-inhalatae 16-19X11-12
μm.
Hab. in hortis locis fìmetosis et ad terram pinguem m Bohnice prope
Pragam, Bohemiae, 15—20. Maio 1942 cel. dom. Fredericus Vosoust, Musei
Bohemicae preparator, cui specie-m, nostram dedicavimus, legit.
Fungus conspectus sectionis Volvati Coprino sterquilino Fr. proxime af
finis a quo praecipue cuticula conspecta, astreiformi distinguitur Carposomata
eius saepe in caespitibus concreta inveniuntur. Plura specimina e quatuor locis
diversi vidimus et omnia habitu identico gaudent.
Coprinus sterquilinus Fr. cuticula tenuiori, pileum juvenilem totum
tegenti mox in squamulas parvas, radialiter elongatas dilacerata solumque in
pilei cacumine continua (sed non conspecte) discrepat. Aciei lamellarum eius conspecte rosaceae, mox madidae et deliquescentes."
Breve descrizione dei caratteri macroscopici (Figura I):
(materiale esaminato: raccolte 21-06-1986 n. 86/30, 27-06-1986 n. 86/43
(GD).
Cappello: inizialmente ovato-subsferico e allora ricoperto da uno spesso velo da
crema pallido sporco a ocraceo sporco, poi ovoide campanulato, alto 30-70 mm;
questo velo ben presto si lacera lasciando apparire dal margine ad oltre metà
raggio una cuticola bianca, sericea, con scarse scaglie da biancastre a crema
piuttosto pallido. La parte del velo al centro del cappello rimane compatta
occupandone circa la terza parte, lacerandosi però alla periferia in numerosi
lobi, da 6 a 9, a forma di stella. Invecchiando dal margine fino al velo
centrale compaiono fìtte scanalature disposte secondo le lamelle e la cuticola
tende ad assumere una colorazione sul rosa-porpora sporco, per diventare poi
nera ed infine deliquesce, mentre la parte centrale occupata dal velo, simile
veramente ad un Astraeus, rimane ancora per lungo tempo immutabile.
Gambo:
cilindraceo, leggermente attenuato verso l'alto, a maturità 70-110 (130) x 5-9
mm, fragile, fistoloso, inizialmente bianco poi tendente a sporcarsi di
brunastro scuro nella parte alta, striato longitudinalmente, spesso da giovane
con anello evidente, alla base con zona volvifomie ricoprente un piccolo bulbo
che nella parte superiore si presenta cerchiato da un collare anuliforme
(frangia di 1-2 mm prodotta per lacerazione della volva).
Volva:
sempre molto interrata, biancastra, aderente al bulbo, flocconosa, spesso
frammentata.
Lamelle: serrate, larghe 4-5 mm, bianche, poi rosa, rosa-porpora, ed infine
nere.
Carne:
nel cappello spessa 4-5 mm, bianca, maturando con sfumatura rosa, inodore.
Habitat: nelle vicinanze di Casteinovo ne' Monti, in un campo molto concimato,
coltivato a granoturco, a circa 800 m di altitudine.
Numerose raccolte in giugno e luglio 1986.
Descrizione dei caratteri microscopici (Figura 4):
(materiale esaminato: raccolte 210686GS279 e
27-06-86 n. 86/43 (GD)).
Spore: bruno scuro al microscopio,
ellittichè in vista facciale ed in vista laterale, lisce, con poro germinativo
di diametro fino a 3 μm, fortemente eccentrico, in vista frontale non
visibile sul contorno della spora ma al suo interno. Dimensioni: lunghezza
(16.6) 17.2-18.9 (19.5) μm, spessore (10.5) 10.9-12.1 (12.7) μm,
larghezza (10.6) 10.9-11.7 (11.8) μm; rapporto lunghezza/spessore 1.5-1.6,
rapporto lunghezza/larghezza 1.5-1.7 (campionamento su 22 spore).
Basidi: tetrasporici, di dimensioni
medie indicative 30-55x15-20 μm. Ialini.
Cistidi facciali: assenti.
Cistìdi inarginali: da globosi ad ellissoidali,
talvolta irregolari, di dimensioni medie indicative: 20-60x15-25 μm.
Ialini.
Velo: costituito da catene di
cellule cilindracee, un poco ristrette ai setti, ialine, senza evidenti giunti
a fìbbia, di dimensioni medie indicative 50-75x9-13 μm, con terminale a
punta più o meno arrotondata, talvolta rostrata o appuntita.
Volva: costituita da una catena di
cellule cilindracee ialine, ristrette ai setti, di dimensioni medie indicative
40-75x9-20 (30) μm.
Osservazioni:
La diagnosi originale di Pilàt è esauriente e
precisa e non pensiamo offra molte possibilità di confusione almeno con altre
specie europee. Come osserva l'autore della specie, Coprinus vosoustii
è univocamente determinato, nonostante le affinità microscopiche con Coprinus
sterquilinus e macroscopiche con alcune forme di Coprinus comatus
(cf. C. ovatus e C. comatus fm. sphaerocephalus), per
il velo che si rompe a forma di stella nel centro del cappello e che non può
non ricordare, specialmente negli esemplari secchi, un Geastrum pectinatum
(Fig. 2). I carpofori delle nostre raccolte, sia nei caratteri macroscopici,
sia nei caratteri microscopici concordano bene con la diagnosi originale;
tuttavia spesso gli esemplari ancora giovani con cuticola ancora bianca e
sericea presentano un anello evidente che poi scompare, nonostante nella
diagnosi originale si dica «sine annulo manifesto».
Pensiamo che questo anello si formi per lacerazione del velo quando il cappello
inizia ad aprirsi; se questa lacerazione è tardiva o non avviene i carpofori
presentano solo il collare che orna la parte superiore della volva all'inizio
del piccolo bulbo. Questa tesi sembra avvalorata dalla tavola XXI che Pilat
accompagna alla diagnosi originali.
Coprinus oblectus (Bolt.) ex Fries secondo la
descrizione di Fries basata su una illustrazione di Bolton presenta alla base
una volva distinta e potrebbe, secondo Orton, essere sinonimo di Coprinus
vosoustii; tuttavia anche per il micologo inglese C. oblectus rimane
un taxon troppo incerto e, allo stato delle conoscenze attuali, da rigettare.
Questa sinonimia è anche per noi molto improbabile mancando nella descrizione
di Fries. qualunque accenno all'eclatante particolare del velo a stella.
La specie di Pilàt sembra molto vicina a due
specie americane delle quali la specie europea sembra essere il «trait
d'union»: Coprinus asterophorus Long et Miller e Coprinus
asterophoroides Van de Bogart.
Nel 1980 è stato pubblicato sul BGMB un
fotocolor con relativa descrizione solo macroscopica di una raccolta di
carpoforì ricondotti a Coprinus vosoustii, ma a nostro avviso né il
fotocolor, né la relativa descrizione possono essere ricondotti al fungo di
Pilàt nel senso di Pilàt.
Non siamo al momento a conoscenza di altre
raccolte di Coprinus vosoustii in Italia.
Coprinus
phiyctidosporus Romagn. var. monobisporus var. nov.
Diagnosi latina:
"A tvpo differt basydiis monosporicis
bisporicisque. Holotypus apud ripam torrentis, Enzae super quisquilias sepultas
putridasque in loco dicto «Fiesso» Emiliae 10-05-1986 lectus». In herbarìo anctorum 100586DS245 servatur".
Descrizione dei caratteri macroscopici (Figura
3):
(materiale esaminato: holotypus)
Cappello: molto giovane alto circa 6
mm, glandiforme e allora quasi completamente bianco per il velo che ben presto
scopre una cuticola al margine di colore camoscio-cannella pallidissimo
tendente verso il centro ad inscurire leggermente, poi alto circa 10 mm,
ellissoidale leggermente campanulato con colorazione ocra-camoscio-grigio, più
grigiastro alla periferia, mentre verso la sommità compare una tinta più scura
bruno-camoscio con disco bruno nerastro (questa colorazione al disco rimane
inalterata sino alla deliquescenza); ben presto dal margine appare una tinta
bruno-grigiastra, poi grigio scura che invade tutta la superficie, e
contemporaneamente tale superficie appare percorsa sino al disco da marcate
scanalature disposte secondo le lamelle; poi si apre ad ombrello raggiungendo
un diametro di circa 20-25 mm, infine assume forma depressa con margine che diventa
revoluto, mantenendo costantemente la parte centrale leggermente rialzata, e
allora ovunque grigio molto scuro, ridotto ormai per la deliquescenza ad una
membrana sottilissima, con rari fiocchi di velo grigiastro, accompagnata da
qualche rara lamella sfuggita all'autolisi.
Gambo: 40-50 (60) x 2-3 (4) mm,
cilindrico, fistoloso, spesso ricurvo o un poco sinuoso, tendente ad ispessirsi
verso la base, bianco con feltratura concolore.
Lamelle: serrate, con numerose
lamellule, inizialmente bianche poi nere.
Carne: relativamente spessa per la
sezione biancastra, senza odore.
Sperata: nera.
Habitat: in una boscaglia sulle rive
del Torrente Enza in località «Fiesso», su terreno ricco di residui legnosi in
decomposizione, a gruppetti di 3-4 carpofori molto ravvicinati. Maggio.
Descrizione dei caratteri microscopici (Figura
5):
(materiale esaminato: holotypus)
Spore: bruno scuro al microscopio,
ellittiche in vista facciale ed in vista laterale, decorate su tutta la loro
superficie (ad eccezione della plaga ilare) da grossolane sporgenze verrucose,
ad apice ottuso, che appaiono come disposte su circonferenze abbozzate, di
dimensioni fino anche a 2 μm alla base.
Largo poro germinativo, poco visibile in
quanto nascosto dalle stesse sporgenze verrucose che in corrispondenza di esso
si presentano ialine e di dimensioni maggiori.
Apiculo difficilmente distinguibile a causa
delle verruche.
Dimensioni: (7.7) 8.6-9.9 ( 10.5) x (6.8)
7.0-8.3 (9.1) μm; q = 1.1-1.3 (campionamento
su 22 spore).
Larghezza in vista facciale ed in vista
laterale praticamente uguali.
Basidi: individuati solo basidi
bisporici e monosporici in proporzioni approssimativamente uguali, di
dimensioni medie indicative 20-30 x 7-9 μm. Sterigmi lunghi 3-4 μm. Ialini.
Cistidi facciali: ellissoidali, utriformi o
anche cilindracei o troncoconici, di dimensioni medie indicative 100-170 x
50-70 μm. Ialini.
Cistidi marginali: ellissiodali, di dimensioni
medie indicative 50-80 x 30x50 μm.Ialini.
Velo: costituito da clementi
grossolanamente cilindrici con numerose ramificazioni e diverticoli, con
evidenti giunti a fibbia. Diametro orientativo delle cellule:3-9 μm. Cellule ialine.
Per facilitare il confronto riportiamo la
diagnosi originale della varietà tipica:
Coprinus
phiyctidosporus Romagn., Revue de Mycologie 10:73-76, 88, 89,
1945.
" Pileo primnm glandifonni vcl
campanulato, deunde, usque ad 40 mm. expanso. e fusco morino,
velo fibrìlloso, albido obtecto, tandem solum in margine huc
illuc piloso, sulcato. Stipite rìgido, 40-50 x 3-4 mm., candido.
Carne subconcolore,Lamellis stipatis, liberis, anguste lanceolatis,
candidis, dein nigrìs, liquescentibus. -Sporis in cumulo atris,
obtuse obovatis, 8-10 x 6-7, 2 μm, poro parum manifesto, crassis verrucis,
hebetibus, paulo intensius coloratis quam tunica, hyalìnis et acutioribus
circum porum, praeterea circulum manifestius terminatum, minus verrucosum
.supra hilum praebeniibus, cheillocystidiis
60-65 x 25-30 μm. Cute filamentosa; fibrìs
velis tunica tenui, saepe ramosis et gemmantibus, septatis. -Ad terram
ambustam. Cop. echinosporus
Buller proximus."
Osservazioni:
Questa
specie è certamente da collegare a C. phiyctidosporus, Romagn. da
cui sostanzialmente sembra diversificarsi per i basidi monosporici e bisporìci
in proporzione quasi uguale, anziché tetrasporici (vedi prolologo).
Confrontando la varietà con il tipo compaiono anche altri caratteri
differenziali, che potrebbero però rientrare nel campo di variabilità
intraspecifica della specie, e da soli non sarebbero bastati, a nostro parere,
alla separazione del taxon, anche se a rango varietale. Gli elementi
differenziali che noi consideriamo meno significativi sono, nella varietà, le
dimensioni mediamente più piccole dei carpofori (max. 25 mm), l'habitat non su
terreno bruciato, la forma delle spore più arrotondata rispetto a quelle
disegnate da Romagnesi e a quelle fotografate al SEM. da Morene e Barrasa,
lalarghezza sporica superiore rispetto ai valori riportati da Romagnesi,
Moreno-Barrasa (e Watling), la plaga dell'ilo meno evidente e visibile solo a
fatica.
Dobbiamo
ricordare che la raccolta di Moreno e Bairrasa della varietà tipica è avvenuta
in habitat lignicolo e che le raccolte piemontesi di Jamoni arrivano ad un diametro limite (lei cappello
di 30 mm.
C. vcrrucispermus Joss. ha spore verrucose e basidi bisporici, ma
appartiene ud altra sezione (Setulosi) per la presenza di peli sulla
cuticola, mentre C. bisporusJ. E. Lange,
C. sassii M.Lange & A. H. Smith e C. amphitallus
M. Lange & A. H. Smith hanno pure basidi bisporici ma esoperidio liscio
e pure essi appartengono alla sezione Setulosi.
In
un nostro recente studio su C. bisporus le indagini sui basidi ci
limino mostrato solo molto, molto raramente qualche basidio monosporico.
La
vurietà.monobisporus con basidi ad uno e due sterigmi offre una piccola
novità nel Genere Coprinus.
Abstract:
The
authors describe:
- a
rare Coprinus:: Coprinus vosoustii Pilat, probably new for
Italy.
-
a varìety of Coprìnus phlyctidosporus
Romagn., nomed Coprinus phllyctidosporus var. monobisporus, new
for the Science, peculiar for having mono and bisporìcal basidia only.
Color
photos of the samples described are given.
Dried
materìal available at authors' herbarium.
Ringraziamenti:
Gli autori intendono ringraziare:
— il
dott. Massimo Candusso
per l'apporto fornito
alla bibliografia
— il
dott. Giacomo Candiani per il fotocolor di C. vosoustii
— il Prof.
Mario Capelli per aver segnalalo le raccolte di C.
vosoustii.
Bibliografìa
1) Cetto B.: I funghi dal vero. Voi. 5°: 52, 53, Trento 1987.
2) Donelli G., Simonini G,: Un fungo interessante con
habitat poco attraente: C. bisporusJ. Lange, in Suppl. n° 9 anno IV de «II
Fungo» Settembre 1986: 9-12
3) Fries E.: Epicrisis Systematis Mycologici: 842,
243, Uppsaliae 1836-1838.
4) Jamoni P.G. : II genere Coprinus nel Parco
«Lame di Sesia», in «Funghi e ambiente», AMB Farà Novarese n° 2 1988: 6,
Carpignano Sesia.
5) Moreno G., Barrasa J.M.: Estudios sobre
Basidiomycetes III. Coprinaceae con exosporio ornamentado, in Boi. Soc.
Micol. Cast. 6: 55-57, 1981.
6) Moreno G. Garcia Manjon J.L. , Zugaza A.: La guja
de incafo de los bongos de la peninsula iberica. Tomo II: 878, Madrid 1986.
7) Orton P.D., Watling R.: Coprinaceae Part I:
Coprinus, in «British Fungus Flora; 30, 31, 36, Edimburgh 1976.
8) Pilàt A.: Coprinus vosoustii sp. n.
bohemica sectionis Volvati, Studia Botanica Cechica, Voi. V Fase. 3, 4 (1942)
207-211.
9) Romagnesi H.: Etude de
quelques Coprins (2° Sèrie), in «Revue Mycologique», 10: 73-76, Paris 1945.
10) Romagnesi H.: Flore
analytique des champignons superieurs- 388 Paris 1974.
11) SabbadinV.: Coprinus vosoustii Pilàt in
Boll. GMB anno XXIII n. 5-6: 141, 142, Trento sett.-dic. 1980.
12) Van de Bogart. F.:
Thè genus Coprinus in Western North Amercia, Part I: section Coprinus,
in «Mycotaxon» voi IV 1976: 255
Caloscypha fulgens (Pers.: Fr.) Boud. forma caesioalba
di Ettore Gaggianese e Gianluigi Carrettini
Ogni volta che, in Primavera, abbiamo visitato
l'Abetina Reale», il lussureggiante bosco di Abeti bianchi e Faggi che riveste
l'alto Appennino Emiliano ai confini con la Garfagnana, ci è capitato di
rinvenire la Caloscypha fulgens, uno splendido (talis nomen)
Ascomycete, costituito da una coppetta color verde-oliva brillante all'esterno
e giallo cromo vermiglio internamente, con margine spesso involuto ed
irregolare, sostenuto da un brevissimo peduncolo, spesso assente. Raggiunge al
massimo i 4-5 centimetri di diametro, ha una carne fragile e di consistenza
ceracea. Cresce in genere su terreno calcareo tra gli aghi di conlfere. Questa
Primavera, il tornare all'«Abetina» ci ha riservato una bella sorpresa! Ci
siamo imbattuti in coppette di forma e dimensioni come quelle della C.
fulgens, ed alle quali erano
frammiste, ma di colore celeste all'esterno e bianco-celeste internamente.
Subito abbiamo immaginato, come ciascuno di noi sempre spera, di aver trovato
una specie nuova, poiché ripassando nella mente la letteratura micologica in
nostro possesso, non ci risultava essere mai stato descritto qualcosa di
simile. Così dopo aver ammirato e fotografato sul posto questi funghi, ed averli
fatti osservare agli amici, ce li siamo portati a casa per studiarli a fondo e
conservarne l'exiccata.
Microscopicamente il fungo risulta identico alla C.
fulgens, da cui si differenzia solo per l'assenza di pigmenti gialli entro
le parafisi, fenomeno forse determinato da carenze, in quella porzione di
terreno, di quei sali minerali che sono ritenuti responsabili di un qualcosa di
analogo in altre specie di funghi, e quindi abbiamo pensato possa trattarsi di
una forma che abbiamo chiamato caesioalba.
Concludiamo con i dati microscopici, da noi
osservati, che accomunano la specie tipo e la nostra forma:
Aschi jodonegativi, octosporei, 100-130 x 10-15
micron.
Ascospore sferiche, lisce jaline 5-6 micron di diametro, senza grosse
guttule all'interno.
Parafisi cilindriche, settate e forcate, contenenti un pigmento giallino
che invece è assente in quelle della forma caesioalba.
Excipulum principale a textura intricata.
Caloscypha fulgens (Persoon: Fries) Boudier forma caesioalba E.
Gaggianese et G.L. Carrettini
Cronistoria riferita alla «forma typo»:
Caloscypha fulgens. Boud.
Boi. Soc. Myc. Fr. 1:103 - 1885
Peziza fulgens. Pers. Myc. Eur. I. 241 - 1822 ex Fr. Sys. Myc. 2/67 - 1822
Otidella fulgens. Sacc. Syll. Vili pag. 99 - 1889
Pseudoplectania fulgens. Fuck. Simb. pag. 324 - 1870
Bariaea fulgens. Rhem. Ili
Ascom. pag. 930 - 1896
Diagnosi latina della «nova forma»:
"Apothecium sessile vel subsessile, irregulariter cupoliforme, late
obverse campanulatum vel subhemisphaericum, margo saepe sinuosum vel involutum cm.
4-5 latum; extus caesius subpulverulentus, intus albus laeve caerulescens, a
forma typica differt absentia color extus viridi-cupro-flavido, intus
aurantio-claro vel
aurantio-rubro; caro tenuis, fragilis,
ceracea, odore et sapore obsoletus; asci cylindracei, basi attenuati,
pedicellati, 100-130 x 10-12 μm, octosporei, jodo non caerulescentes;
paraphyses aequales fìliformes, septatae et saepe furcatae, expallens, a forma
typica differt absentia apice flavo-granulosae; excipulum medullaris a texitura
intricata, corticalis a texitura epidermoidaea; sporae globosae, hyalinae,
leves, 5-7 p,. diam.
Habitat:
in silvis abietorum albis, ad terram, vere.
Legit: Gaggianese, Nobili et Parrettini,
22/5/1988, in silvia Abetina Reale (RE).
Holotipus in herbario Parrettini G.L. n° 618
Servatur.
Caloscypha fulgens (Pers.: Fr.) Bond
Bibliografìa
Boudier E. Icones
Mycologicae II voi. Paris 1905-1910
BreitenbachJ. &
Kranziin F. Champignons de Suisse tom. 1 Ascomycetes 1981 Lucerne
Bresadola G. Iconographia Mycologica voi. II Rist. Saronno 1981
Dennis
R.W.G. British Ascomycetes Vaduz 1978
Eckblad
F.E Thè genera ofthe opercolate discomycetes Dansk; Bot. Ark. 1968
Grelet
L. J. Les Discomycetes de France d'après la classifìcation de Boudier, Royan
1979
Moser M.
Ascomyceten in G.K.K. Stuttgart 1963
Seaver Fred. J. Thè North American cup fungi
(Operculates) Monicello N.Y. 1978
di Paolo Barigazzi
In questi ultimi anni il Gruppo Micologico
«Renzo Franchi» di Reggio Emilia ha visto aumentare costantemente il numero dei
propri iscritti arrivando, ormai ci siamo, a 350 associati e raggiungendo così,
in una ideale classifica, il 3° posto in Italia tra i Gruppi affiliati alla
Associazione Micologica Bresadola.
E' confortante constatare che le nuove
iscrizioni sono, anno dopo anno, in aumento ed hanno raggiunto, nel 1988 il
numero record di quasi 90 persone che si sono aggiunte a noi, con il desiderio
di meglio comprendere la natura che ci circonda e l'ambiente nel quale viviamo,
anche attraverso una più ampia conoscenza di quel misterioso evento che è
l'esistenza del fungo. Certamente 90 nuovi associati sono tanti; basta pensare
che per fondare un nuovo Gruppo Micologico sono necessari 50 iscritti soltanto.
Nel contenzioso, purtroppo, dobbiamo mettere
anche quel numero di soci che non rinnovano l'iscrizione la quale,
automaticamente, decade alla fine dell'anno solare. Pensiamo che molte siano le
dimenticanze (ed infatti alcuni ritornano dopo qualche tempo) ma resta anche il
sospetto che, ad altri, la convinzione di essere già sufficientemente esperti
faccia sembrare superflua l'adesione al Gruppo Micologico.
Peccato davvero, perché in questo periodo
avremmo bisogno di essere più numerosi per poter efficacemente fare sentire la
nostra voce in quel proliferare di iniziative che porteranno, probabilmente, a
limitare la possibilità di raccolta dei miceti; anche se questa, dobbiamo
riconoscerlo, è oggi troppo indiscriminata e senza una giusta regolamentazione.
L'attività del Gruppo Micologico è diretta
alla divulgazione della conoscenza della Micologia e del suo ambiente ed allo
scopo si organizzano vari Corsi di Micologia e Microscopia, Mostre a Reggio e
in provincia e Convegni anche intemazionali.
Accanto a queste attività divulgative c'è
anche un'altra realtà fatta di studio e ricerche puramente scientifiche, che ha
promosso il Gruppo Micologico di Reggio Emilia ai più alti livelli, per la
capacità e la competenza degli associati che fanno parte del Comitato
Scientifico. Noi li conosciamo e possiamo testimoniare che la loro preparazione
e serietà nello studio della Micologia è notevole, anche se poi la loro
modestia ce li fa considerare più degli amici che degli Studiosi.
Naturalmente in un Gruppo numeroso come è il
nostro esistono problemi che il volontariato, anche se generosamente concesso,
non riesce a risolvere. La sede, per esempio, non ci consente di allestire un
laboratorio attrezzato con microscopio ne lo spazio necessario per poter ospitare
una raccolta di exsiccata e una biblioteca praticabile agevolmente da tutti e,
tanto meno, un vano da destinarsi allo studio dei miceli. Inoltre numerosi
nostri associati sono anche studiosi ed esperti della flora delle nostre
regioni e l'aspirazione ad avere uno spazio a disposizione, esclusivamente per
questo settore, è più che legittima. Siamo certo consapevoli che l'Istituzione
che ci ha concessa la sede ha fatto tutto il possibile per ospitarci
degnamente, ma il problema oggi esiste, e la sua soluzione non si intravede in
un futuro prossimo.
Un altro vincolo grave alla realizzazione di
iniziative che ci sembrano necessario è la cronica mancanza di fondi. Vorremmo
poter stampare il nostro bollettino mensile «IL FUNGO» con una diversa grafica
e renderlo più bello, più vivace e colorito, ma il suo costo sarebbe, in questo
caso, proibitivo per il nostro bilancio che, anche se sostenuto in modo
ammirevole dall'Assessorato all'Ambiente dell'Amministrazione Provinciale, non
lo sopporterebbe certamente. Si è pensato ad una sponsorizzazione continuativa,
finalizzata alla stampa del bollettino, e ci si è mossi in questa direzione,
però fino ad ora non siamo riusciti ad ottenere che qualche promessa.
Un'altra iniziativa che non possiamo attuare
per difficoltà di bilancio sarebbe quella di attrezzare un Centro per poter
analizzare i funghi raccolti dai micologi improvvisati. Sono innumerevoli i
cittadini che tornano dalla gita in montagna portando con sé quantità, anche
rilevanti, dei più vari generi di miceti che poi, non trovando chi possa
rassicurare sulla commestibilità o meno, vengono gettati nei rifiuti,
contribuendo così soltanto ad impoverire il patrimonio del bosco, senza nulla
ottenere. Crediamo che un Centro di questo tipo possa essere un valido strumento
per avvicinare concretamente i cittadini alla nostra Associazione e
costituirebbe un valido strumento di propaganda sia per il Gruppo sia per la
Micologia in genere. Queste sono, in sintesi, le luci e le ombre del Gruppo
Micologico. Qualche cosa di più potrebbe certamente essere fatto se il numero
degli iscritti crescesse ulteriormente e, soprattutto, se anche coloro che già
appartengono alla famiglia volessero contribuire con una maggiore
partecipazione alle nostre iniziative e ai nostri lavori.
Cerchiamo dunque di aumentare sia in quantità
sia in qualità per poter meglio diffondere la conoscenza della Micologia e
della natura in una società che, per sopravvivere, deve imparare ad amare di
più ed a rispettare maggiormente l'ambiente che la circonda.
di Luigi Cocchi
Non è facile, rivolgendosi al vasto pubblico, essere chiari e insieme
rigorosi ed esaurienti nel presentare un problema particolare ma estremamente
complesso quale quello della «radioattività nei funghi».
Se la chiarezza andrà a scapito del rigore
chiamerò in aiuto il saggio che sentenzia «meglio comprendere mezza verità che
nessuna».
Cosa
è la radioattività?
In
natura esistono elementi il cui nucleo atomico, spontaneamente e casualmente,
«spara» proiettili microscopici ma molto energetici. Esistono tre tipi di
radioattività: alfa, che è la meno pericolosa e penetrante essendo il
proiettile sparato molto «grosso», cioè un nucleo di elio facilmente
arrestabile (ad esempio con un foglio di carta); beta, che è più penetrante e
pericolosa essendo il proiettile «piccolo» (un elettrone); gamma, che è la più
penetrante e pericolosa in quanto costituita da fotoni (energia), analogamente
ai raggi X ai quali spesso, forse troppo, ci sottoponiamo volontariamente
quando facciamo «i raggi».
Le
radiazioni beta e gamma sono arrestabili solo con cospicui spessori di piombo.
Il
fenomeno della radioattività, tuttavia, non è di per sé malvagio e negativo per
la vita e per gli equilibri naturali, anzi in certa misura è necessario. È
l'uso da parte dell'uomo che ha portato, spesso in misura fortemente
drammatica, a disastri e squilibri umani e naturali. Certamente una delle cause
di questo sta nella scarsissima conoscenza non tanto del fenomeno
«radioattività» in sé, ma delle conseguenze che si possono avere nel complesso
e delicato equilibrio naturale, a causa di immissioni artificiali, volute o
accidentali, di radionuclidi nella biosfera.
La
questione «radioattività nei funghi» è interessante per due ordini di motivi:
1)
il pericolo per l'uomo in senso diretto, soprattutto per via alimentare;
2)
per il fatto che una seria
indagine sulla questione potrebbe aiutare a comprendere come la radioattività
si immette e circola negli esseri viventi e nell'ambiente
Per
quanto riguarda il primo motivo il riferimento d'obbligo è il Regolamento CEE
n. 1707, che fissa il limite di 16 nanoCurìe per Kilogrammo (nC/Kg)[2]
perla commercializzazione di qualsiasi prodotto alimentare. Si pone qui una
questione molto grossa. La sostanza radioattiva non è «veleno». Se si ingerisce
un qualunque tossico in concentrazione inferiore ad un certo valore (che cambia
da sostanza a sostanza) certamente non succede nulla, se si supera quel certo
valore il veleno certamente fa male. Per la radioattività non è così. Se dei
proiettili (radiazioni beta e gamma), anche un solo, colpiscono una cellula di
un organo importante del corpo, possono provocare, ma può anche non succedere,
degenerazioni cellulari che, nel peggiore dei casi, si manifesterebbero sotto
forma di tumore che, però si rivelerebbe tra anni e, allora, non si saprà a
cosa attribuire. Può anche capi-
tare che, pur essendo
sottoposta a bombardamenti intensi, nessuna cellula sia colpita o danneggiata,
con nessuna conseguenza. Come si vede, va a fortuna. O, meglio, non ha senso
fissare una soglia di pericolosità per la radioattività: gli effetti dannosi
sono rilevabili solo in termini statistici, cioè su un grande numero di eventi,
su un grande numero di anni (alcune decine). Ma c'è un'altra contraddizione.
Una cosa sono 16 nC/Kg. di funghi freschi, un'altra per Kg. di funghi secchi.
L'assurdo sta in questo: un campione di funghi secchi (Cantharellus lutescens:
la finteria), tolto dalla circolazione, come è recentemente accaduto, per
ordine dell'Autorità sanitaria perché contenente circa 122 nC/kg. avrebbe
potuto essere commercializzato fresco (le finterie contengono mediamente il 93%
di acqua ) in quanto la concentrazione nel fungo fresco sarebbe stata circa
dicci volte minore, cioè 12 nC/kg., al di sotto dei termini di legge.
Ma c'è dell'altro. Il fungo
cucinato, rispetto al fresco, perde più del 60% in peso (per evaporazione, non
sempre solo di acqua). Di nuovo saltano i conti. Funghi che acquistati freschi
contengono, per esempio, 10 nC/kg., una volta cucinati conterranno più di 20
nC/kg. e, come tali, sono da considerarsi non commercia-
bili, a termini di legge.
Come si vede la normativa attuale è al riguardo, ma non solo, fortemente
carente. Che fare allora? Smettere di mangiare funghi? Occorrono buon senso e
prudenza.Anche per altri motivi non è mai bene mangiare troppi funghi (i
bambini dovrebbero poi evitarli), e, perciò le specie eduli più soggette a
radioattività dovrebbero essere solo in misura molto limitata oggetto di
attenzioni gastronomiche.
Per concludere questo punto è
necessario dire che la radioattività di cui si parla è provocata da due
radionucludi. Cesio 184 e Cesio 137, maggiormente presenti nelle zone in cui
piov\'e nel Maggio 1986, ai tempi di Chernobvl. Il tempo di dimezzamento del
Cesio 137 è 30 anni, quella del Cesio 134 è di 2 anni. Con il Cesio 137 nei
funghi dovremo convivere perciò ancora per un bei pezzo. Il Cesio 137,
penetrato nel corpo umano, vi può restare fino a 150 giorni prima della sua
espulsione totale, perche il Cesio ha lo stesso comportamento chimico. Io
stesso metabolismo, percorre nell'organismo gli stessi cicli del Potassio. In
caso di intossicazione l'eliminazione avviene per via urinaria. Gli organi critici
sono i muscoli, la milza, il fegato, i polmoni, l'intestino orasse inferiore.
Il Cesio 137 è classificato nella categoria dei radionuclidi a elevata
radiotossicità
Per quanto riguarda il
secondo ordine di motivi la questione più importante da capire è perché certe
specie di miceti hanno alto con tenuto di Cesio (134 e 137),altre meno, altre
ancora nulla.
-La stessa questione si pone, ovviamente, per lo Iodio 131 che però, avendo
un tempo di dimezzamento di 8 giorni, non è più presente nei funghi in quantità
apprezzabile, dal Maggio 1986 ad oggi.
In particolare, sulla base
delle circa 100 misure fatte dal Presidio Multinazionale di Prevenzione di
Caorso (PC) e da altri Presidii (quello di Reggio Emilia in particolare) su
funghi provenienti da tutta l'Emilia-Romagna e raccolti nell'ultimo trimestre
'87, risulta che il Cantharellus lutescens è la specie più colpita dal Cesio
(134 e 137 nel rapporto medio di 1 a 3,35), ma anclie alcuni lattari (in alcuni
casi il Lactarìus deliciosus contiene più Cesio delle finterie) e alcune
Clitocvbi (es. nebularis) sono particolarmente colpiti, anche se mai al di
sopra dei 16 nC/kg.(funghi freschi).
Altri generi (Hygrophorus,
Boletus, Amanita, Psalliota, Russula, C'ollybia) hanno fornito dati
assolutamente tranquillizzanti. Tale "graduatoria» trova conferma in
misure fatte fare dal Gruppo Micologico di Trieste in anni precedenti la
ricaduta radioattiva del Maggio '86 per l'incidente di Chernobvl. C'è a
proposito da segnalare che al Monte Lanaro (TS) le finterie risultavano già nel
1981 contenenti 55 nC/kg. (funghi treschi). Nel 1975 terminarono gli
esperimenti nucleari in atmosfera e si stima che il tempo medio di ricaduta del
fall-out radioattivo sia di 6 anni...
Per spiegare questa
situazione, molto complessa e condizionata da molte variabili (l'habitat, il microclima ecc...) è stata avanzata
l'ipotesi che i funghi maggiormente colpiti siano quelli con micelio molto
superficiale che si sviluppa in luoghi dove l'acqua piovana ristagna più a
lungo. Dato per scontato che qualunque ipotesi è meritevole di attenzione e di
seria verifica, sembra invece più plausibile e meritevole di attenzione una
ricerca della composizione chimica dei miceti e del loro terreno di coltura per
vedere se, a parità di comportamento chimico, i radionuclidi si possono
sostituire a elementi naturalmente presenti. Già si è accennato al medesimo
comportamento chimico e biologico del Cesio e del Potassio. Se, per esempio, si
trovasse che i funghi più ricchi di Cesio sono anche più ricchi, naturalmente,
di Potassio, si avrebbe un abbozzo di risposta al problema certa-
mente significativo.
Un'indagine come questa dovrebbe interessare gli Organismi e le Istituzioni
preposte alle questioni ambientali. I funghi potrebbero essere considerati veri
e propri «sensori ambientali», cioè spie di inquinamento, non solo radioattivo.
L'intenzione del Gruppo Micologico è comunque quella di continuare la ricerca e
l'approfondimento in modo sistematico e rigoroso. Come si vede si è solo agli
inizi nell'affrontare problemi che pongono moltissime domande alle quali,
finora, non c'è risposta.
Sarà anche con la
collaborazione degli appassionati di funghi che si potrà procedere nella
conoscenza, ad esempio portando al Gruppo Micologico, in modo sistematico per
specie e per zona di provenienza, con segnalazione di habitat e di tipo di
terreno, campioni di funghi da analizzare.
P. S. Un ringraziameli to particolare va al Dottor
Daniele Cavazzoni. Responsabile del settore Fisico Ambientale del P.M.P. di
Reggio Emilia ed esecutore di molte delle misure citate in questo articolo, per
la sua disponibilità e il suo interessamento.
|
Questa nota, abbandonando per un attimo il carattere scientifico degli
articoli precedenti, è intesa come momento di evasione. |
di Paolo Barigazzi
Il
professar Erasmo Zappala staccò gli occhi dal microscopio, alzò la testa e la
scosse lentamente esclamando: «Anche questo è sistemato male.»
Stava
osservando le spore del Tricholoma photofobicus, fungo che esaminava per conto
della Facoltà di Botanica dell'Università di Dummbach, a causa della sensibile
diminuzione, riscontrata negli ultimi anni, della quantità di esemplari e della
variazione notevole nella colorazione che questi presentavano.
Dall'altro capo del tavolo il
suo Assistente allargò le braccio sconsolatamente e sottovoce disse: Ma allora
è la fine. La speranza era solo in questi 4- miceti raccolti lontano dalle
strade e se anche loro sono mutati il nostro photofobicus non ha più scampo.
Il Tricholoma photofobicus è,
o meglio era, un fungo di modeste dimensioni, con un vivace colore blu e
cresceva in piccole famiglie sotto le siepi che costeggiavano le strade, in una
ristretta zona del territorio dove la composizione del terreno, le condizioni
climatiche e la vegetazione creano un habitat unico.
Negli ultimi anni gli
esemplari si erano fatti via via più rari ed il colore del cappello si era
lentamente sbiadito, da blu cangiante che era, sino a diventare di un celestino
pallido pallido, con qualche sfumatura cinerea. Era visibilmente ammalato e più
il suo colore stemperava, meno si riproduceva. Tutte le analisi effettuate nel
terreno e nella vegetazione non avevano riscontrata alcuna variazione e la
malattia restava, ma ancora per poco, un mistero.
Il Professor Erasmo Zappala,
nota autorità in materia, era arrivato alla conclusione, dopo lunghe analisi e
ricerche, investigando in tutti i settori, che il Tricholoma photofobicus
fosse, come dice il suo nome, assai sensibile alla luce e che per avere il suo
ciclo vitale abbisognasse di circa 6 ore di buio quasi assoluto.
Normalmente lo otteneva
nascondendosi sotto quell'intricato groviglio delle siepi che solo la luce del
sole riusciva a penetrare.
«Ecco, — disse rivolto all'Assistente
— la causa del malessere. Soffre di troppa esposizione, si ammala e deperisce
perché non riesce a riposare».
«Ma non è possibile — replicò
l'Assistente — nulla è cambiato nelle giornate di questi anni. Tutto è come
prima e deve trattarsi forse di una mutazione genetica nella specie. Qualche
volta accade.»
«No, no — disse prontamente
Erasmo Zappala — qualcosa è cambiato. Da qualche anno quando la luce del sole
svanisce non tutto viene avvolto dalle tenebre e a causa di ciò il nostro
photofobicus ha tanto sofferto da entrare praticamente in coma. Ormai nessun
esemplare, come ho riscontrato dalle spore, è in buona salute e possiamo solo
aspettare che si estingua.»
«Ma la causa, la vera causa —
domandò ansioso l'Assistente — qual'è?»
«Ah! ecco; certamente la luce
lungo le strade. E pensa che sarebbe bastato poco per salvarlo.»
Infatti, bastava solo
spegnere i lampioni!
I profumi e i sapori del bosco
di Piccirilli Raffaele
Ricomincia la stagione in cui la terra, impoverita dai numerosi
raccolti, s'appresta al riposo invernale, mentre le prime nebbie autunnali
inondano l'aria con i più vari odori.
È strano come la mente colga
e ci riproponga ricordi di luoghi e stagioni, anche lontani nel tempo,
attraverso gli aromi e i profumi. Un tempo l'autunno richiamava alla mente
Podere delle botti e dei mosti pigiati nei cortili, ma questo è ormai ricordo
di altre epoche. Le moderne pigiatrici e le cisterne in acciaio hanno escluso
queste fragranze, ma ci sono, però, altri odori autunnali che resistono alle
innovazioni e gratificano le nostra narici. I profumi nell'aria, i vapori che
impregnano l'atmosfera tipica di questa stagione sono anche quelli del bosco,
delle castagne e dei miceli. Questi
aromi, uniti al fresco delle serate, propongono gagliarda la voglia di una
alimentazione più ricca di contenuti e più decisa nei sapori. E la stagione dei
funghi, accompagnati magari da fette di polenta fumante, in stuzzicanti
intingoli.
In questo periodo dell'anno
sentiamo in noi una smania, quasi irresistibile, di andare nei boschi il che,
tra l'altro, è un'ottima ginnastica per il corpo ed un momento di educazione
ecologica e naturalistica se fatto, beninteso, col giusto spirito. Andare per
funghi è quasi una concezione di vita e dovrebbe rappresentare una valorizzazione dei
sensi, un momento di crescita spirituale. Se infatti si lascia passare la
frenesia dei primi giorni, quando un po' tutti si lanciano alla conquista
dell'ambito bottino, il bosco rimane appannaggio esclusivo dei veri
appassionati, di coloro che sanno gustare per intero i profumi, i sapori e i
frutti del bosco.
Non voglio essere accusato di
sentimenti discriminatori per questo, ma a parte il fatto che non vedo serie
obiezioni contro l'aristocrazia dello spirito, trovo che ci sia qualcosa di
veramente regale nello spettacolo meraviglioso che la natura ci offre durante
una escursione in montagna, anche se non tutti riescono a comprendere. E facile
imbattersi in manifestazioni naturali davanti alle quali sostiamo in
ammirazione, come è naturale respirare a pieni polmoni percependo l'odore
dell'erba fresca, l'afrore del muschio e delle foglie in decomposizione ed il
profumo acre degli ultimi fiori, ma non tutti sanno capire e distinguere questi
messaggi che la natura ci manda.
E i colori! Il giallo vivo
del sole nascente, il rosso aranciato dei faggi, il verde marcio dei pini, il
marrone cupo del sottobosco. E il tutto cambia lentamente di tonalità con
l'alzarsi dell'astro, in modo che solo in queste ore si può cogliere appieno la
sensazione del variare dell'eterno movimento della natura. E tutt'insieme,
colorì ed odori, formano una amalgama che ci da, con uno stretto legame
psicologico e fisiologico del gusto individuale, il sapore
di ogni cosa.
Veniamo ora al Rè del bosco:
il «Fungo» (Bróma Theón - cibo degli Dei, per gli antichi greci), con un
profumo che è tanto intenso da saziarti quanto un sapore. Le forme e gli aromi di
questo prodotto della natura, che per la sua struttura fisiologica è stato
classificato come anello di congiunzione tra il regno animale e quello
vegetale, sono di una straordinaria varietà. Il colore rappresenta il primo
impatto per il cercatore e la fonte dei due primi interrogativi: «Che
specie è?» — per il micologo curioso, oppure «E mangereccio?» — per il
micofago goloso.
Domande destinate a rimanere tali se non
si è un poco esperti in micologia. Dal solo colore infatti non si può
determinare la specie di un fungo, come non la si può determinare dal fatto che
esso abbia o meno l'anello, che cambi colore al taglio, che abbia lamelle o
tubuli o da altre molteplici credenze popolari. Ci vuole molta pazienza e tanta
passione, coadiuvate dall'aiuto di esperti, per riuscire a conoscere questo
grande dono della terra.
Ricordate
soprattutto che non ci si può impro\-\isare cercatori di funghi e rischiare la
propria vita, la propria salute e quella dei famigliari, due cose che sono un
bene molto più prezioso di quanto lo sia un piatto di funghi anche se profumato
e invitante. Comunque è sempre meglio far controllare i miceti raccolti
dall'Ufficio di Igiene piuttosto che correre il rischio, dopo averli mangiati,
di doversi precipitare al pronto soccorso per una lavanda gastrica, quando non
succede di peggio. È naturale, dopo una sana sgambata nel bosco, desiderare di
poter gustare l'eventuale bottino con tutta tranquillità, e appunto per questo
si consiglia la massima prudenza e la migliore attenzione.
Sui
funghi si possono avere pareri gastronomici assai diversi in relazione alla
sensibilità personale, alle caratteristiche organolettiche delle singole specie
e all'aspetto più o meno invitante che hanno i miceti da crudi e da cotti. Il
gradimento di una specie può essere determinato dal modo in cui viene preparata
e dai condimenti
con cui viene cotta. Grazie
alla eccezionale possibilità che hanno i funghi di amalgamarsi con i diversi
sapori e aromi di altre essenze, ognuno può specializzarsi nella preparazione
del piatto che più soddisfa il suo palato. È difficile resistere
all'entusiasmante sapore di una zuppa di funghi misti o al profumo di un
risotto generoso di galletti, oppure rifiutare di assaporare un cappello di
porcino rosolalo alla griglia o di incantarsi davanti ad una insalata di ovuli
eduli.
Ci lusinga il fatto che
l'Italia e la Francia siano i paesi che, in gastronomia, hanno saputo meglio
valorizzare questo delicato e prezioso frutto della terra. È stato dimostrato
che sono sufficienti 300 grammi di funghi al giorno per sopperire al fabbisogno
di una parte essenziale delle vitamine necessario all'organismo e che questo
alimento costituisce anche un nutrimento sano, gradevole al palato e senza
problemi per la linea, visto che il porcino fresco sviluppa per ogni 100 grammi
solo 34 calorie, il prataiolo 28 e il galletto 23. Ricordiamo anche che la
varietà, i sapori e i profumi dei funghi spaziano dall'aglio fresco al
peperoncino, dal limone all'anice, dalla pesca alla mela e con tante differenze
che è impossibile elencare. Il Doti. Paul Ramain nel suo libro «La Micogastronomia"
(Parigi 1953) ha determinato nei funghi freschi la bellezza di 100 gusti e 275
profumi differenti, e nella cottura questi aromi e sapori si combinano in una
gamma praticamente infinita.
Per passare dalla teoria alla
pratica, provate a realizzare questo condimento, esclusivamente a base di
funghi:
«Raccogliete durante l'anno
dei funghi vari ma tutti a carne soda tipo galletti, trombette, steccherini
dorati, polipori eco. e fateli seccare. Aggiungete qualche fungo dell'aglio,
una Russula piccante ed un paio di Clitocybe odora. Mettete a seccare
ulteriormente al forno, insieme ad un paio di foglie di alloro, dei chiodi di
garofano ed un pozzetto di cannella. Quando son ben secchi passarli al
macinacaffè e poi al setaccio.
Avrete una spezia che vi
sen'irà ad aromatizzare sughi, stracotti, arrosti, risotti ecc. durante tutto
l'inverno.
Finalmente il melanosporum
(tartufo nero di Norcia)
dì Francesco Bignardi
Siamo sempre stati convinti che sul nostro territorio
provinciale e zone limitrofe fossero presenti quasi tutte le specie di tartufi
conosciute. All'elenco, però, mancava il Tuber melanosporum (tartufo di Norcia)
che avevamo cercato per diversi anni nei più vari habitat sia della pianura sia
della montagna. Si erano chieste informazioni agli altri tartufai,
descrivendone le caratteristiche, ma questi era sempre rimasto introvabile.
Finalmente domenica 80 novembre 1987, in compagnia
dell'amico Palmiro Pelicciari, in località «la Mora» del Comune di Palanzano
(Parma), su di
un terrazzo di pochi metri sollevato dal letto del fiume Enza e sotto una
parete ripida di arenaria, in un rado boschetto di Quercus pubescens
(Roverella), abbiamo raccolto numerosi esemplari di una tuberacea dall'aspetto
alquanto inconsueto.Presentava caratteri intermedi tra il Tuber aestivum ed il
Tuber macrosporum, con una pezzatura che andava dalle dimensioni di una noce
a quella di un mandarino e di forma rotondeggiante. Il colore era nero
rossiccio, con verruche meno pronunciate di quelle dell'aestivum e la gleba era
nero violacea con fitte venature bianche. Il profumo era gradevole, ma di
difficile definizione.
Nella stessa serata mi recavo dal Doti. Benedetto
Bigazzi il quale, esaminata la tuberacea non aveva dubbi a classificarla come
Tuber melanosporum. In seguito anche la Dott.ssa Alessandra Zambonelli,
dell'Università di Bologna, alla quale avevo inviato alcuni esemplari,
confermava la diagnosi aggiungendo anche che si trattava dell'unico
ritrovamento certo effettuato sul territorio regionale.
Le raccolte si sono prolungate sino al mese di Marzo
1988, estese anche ad un'altra stazione distante poche centinaia di metri dalla
prima e dove il terreno presentava le stesse condizioni, cioè sabbie grossolane
prive di vegetazione erbacea ed in posizione decisamente soleggiata ed arida, e
sempre in vicinanza di una Roverella benché, in quest'ultimo caso, si trattasse
di una sola pianta di dimensioni notevoli.
La mia opinione sulla commestibilità è che si tratta
di un buon tartufo che, probabilmente, bisognerebbe saper cucinare a dovere in
modo che l'aroma e il gusto ne venissero esaltati al massimo.
[1] Uno di questi Hydnangium è
stato descritto e illustrato fotograficamente da uno di noi (A.M.) nel Numero
Unico della Mostra Micologica Reggiana del 1986, sotto il nome corretto moderno
di Sclerogaster hysterangioides.
[2] La radioattività di 1 nanoCiirìe vuoi dire che l'elemento radioattivo «.spara» 37 radiazioni al secondo. Oggi l'unità di misura ufficiale è il Bequerel (Bq.) clic significa una radiazione al secondo. La soglia di 16 nC corrisponde perciò a 592 Bq.