Il ragazzino mi guardò e mi chiese cosa facessi lì fermo sul marciapiede.
Gli risposi che era proprietà privata, lui non poteva passare perché era un ragazzo di cui non ci si poteva fidare e tutto il paese aveva paura di lui.
Infatti era molto maleducato, non salutava mai nessuno, non rispettava l'ambiente, quello che trovava distruggeva e quando qualcuno gli diceva delle cose, cercava sempre di litigare, perché voleva picchiare le persone.
Non aveva amici, non andava a scuola, quindi il suo divertimento era di fare a pugni con tutti i ragazzi più grandi di lui.
Aveva tredici anni, non era molto alto, era magro, aveva i capelli neri e lo sguardo cattivo, che solo a guardarlo ti metteva paura.
Mentre ero lì fermo a parlare con lui per spiegargli tutte queste cose, ad un certo punto sul suo viso si vide un leggero sorriso.
Iniziò a parlare del suo comportamento; tutto era cominciato quando, in un brutto incidente, i suoi genitori erano morti, lui era rimasto solo ed era stato rinchiuso in un istituto.
Lì erano tutti più grandi di lui, veniva picchiato, legato al letto e gli facevano molti scherzi e non poteva parlare.
Nessuno gli credeva e allora decise di scappare; iniziò a girare per le strade e a dormire sotto i ponti.
A dieci anni iniziò a rubare e la gente, appena lo vedeva, scappava perché attaccate ai muri c'erano le sue foto, come se fosse un ricercato.
Mentre parlavamo, uscì dal giardino il mio cane e si diresse verso di lui; si chinò, lo accarezzò e, ad un certo punto, si mise a piangere dicendo che solo gli animali gli volevano bene.
Io mi avvicinai a lui, dicendogli che non mi faceva paura e volevo diventare il suo primo amico.
Ma doveva cambiare totalmente il suo carattere: diventare buono, generoso, aiutare il prossimo e non litigare più con nessuno.
In quel momento arrivò piangendo un bambino che cercava il suo pallone, lui si avvicinò al bambino e insieme andarono a cercare il pallone.
Ora, in paese, a quel ragazzo tutti vogliono bene e ha tanti amici con cui parlare e giocare.
Andrea Cabassi, 2 F
